Dall’antica sapienza indiana alla fisica dei quanti, la dimostrazione che niente è separato, tutto è collegato, tutto è una cosa sola
(Estratto dell'articolo pubblicato sul nr. 68 della rivista Scienza e Conoscenza - Aprile/Giugno 2019)
Qualsiasi cosa sia la Materia, non è fatta di Materia. — Hans-Peter Dürr, What is Life
Voi vedete questo bicchiere, e sapete che è semplicemente un’illusione. Alcuni scienziati vi dicono che è fatto di luce e vibrazioni. Tutti gli oggetti che vedete non sono altro che sogni. — Swami Vivekananda, The Complete Works
Le più recenti scoperte della Scienza Moderna mostrano come un cambiamento di paradigma delle radici del pensiero occidentale sia necessario e inevitabile. La Natura non è più considerata come formata da elementi separati, ma come una totalità dove la separazione, comunque percepita, deriva dal limite dei nostri sensi. Campi prima considerati separati vengono visti ora come interconnessi: la realtà si delinea come una rete costituita da infiniti nodi e connessioni, dove ogni punto definisce ed influenza tutti gli altri e la struttura generale dei fenomeni.
Il concetto di “olismo” proposto da Jan Smuts negli anni Venti del secolo scorso – preceduto nei secoli dalle intuizioni di sporadiche menti geniali come quelle di J. Wolfgang von Goethe, Baruch Spinoza e Giordano Bruno – esce dalla zona di ipotesi in cui era stato relegato e prende consistenza sulla base di prove scien- tifiche concrete.
Dalla Meccanica Quantistica, all’Epigenetica, alla Logica del Caos e dei Sistemi Complessi, sono sempre più numerose le evidenze che ci mostrano come la realtà percepibile sia il risultato di un sottile continuum di eventi interconnessi. A dispetto di una complessità descrittiva e, a volte, come nel caso della Meccanica Quantistica, della incomprensibilità e contraddizione del “buonsenso”, le applicazioni tecnologiche di questi modelli di pensiero ne forniscono un’evidenza innegabile, fruibile da tutti, magari in modo inconsapevole, indipendentemente dal livello cultura o dalla capacità di comprensione. Il computer che sto usando per scrivere questo articolo o un apparecchio per la Risonanza Magnetica ne sono esempi.
Cultura indiana e scienza di frontiera
Ovviamente per questo nuovo modo di pensare è necessaria una altrettanto nuova forma di comunicazione, un sistema che possa convogliare nuovi concetti e significati superando i limiti di un linguaggio basato sugli oggetti e sulle forme. Un linguaggio basato sulla dinamicità del flusso della rete di vita e natura.
Il serbatoio culturale al quale si è attinto, non solo per la lingua ma anche per trovare ispirazioni concettuali, è quello dei sistemi di conoscenza orientali, le cui ontologie ed epistemologie sono basate da sempre su una visione dinamica e interconnessa della realtà. In questo la cultura indiana e la lingua sanscrita hanno avuto un ruolo di grande rilievo, fornendo sia spunti di riflessione per descrivere osservazioni non compatibili con le teorizzazioni riduzioniste, sia termini semantici che nella loro etimologia e meta-comunicazione sonora racchiudono significati che vanno al di là della normale capacità descrittiva delle lingue moderne.
L’uso quindi di termini sanscriti per esprimere concetti altrimenti inesprimibili è divenuto in occidente pratica corrente in svariate discipline, scientifiche e non.
Tuttavia da questa situazione è derivato un importante problema: quello delle traduzioni approssimative e dell’uso improprio che si fa di questi termini. La questione è seria poiché a una lingua diversa corrisponde un’altrettanto diverso sistema cognitivo – e quindi modi di pensare e di vedere la realtà – e risulta pertanto evidente come una traduzione superficiale possa distorcere il pensiero originario.
Questo impiccio viene aggravato dal fatto che nell’immaginario dell’Occidente “l’inesprimibile” si ammanti sempre di un alone magico e misterioso, che permette l’emergenza di sedicenti divulgatori di “rivelazioni” o “nuove conoscenze” da elargire a un pubblico inconsapevole come fascinose verità assolute, evocatrici di cambiamenti epocali più o meno “spirituali” e quindi non tangibili, né tantomeno dimostrabili. Non sto parlando di una naturale evoluzione delle idee e dei termini ad esse associati, ma di quelle situazioni in cui nuovi significati e attributi vengono letteralmente inventati. Questo atteggiamento complica molto le cose, delegittima le intuizioni rivoluzionarie della scienza di frontiera davanti alla scienza “ortodossa” e rende difficile il loro già complicato rapporto
Un’idea primordiale: dall’India all’antica Grecia, alla fisica del Novecento.
Questa introduzione è necessaria per comprendere bene la complessità che caratterizza l’uso di Ākāśa, uno dei termini sanscriti fra i più complessi e sfuggenti, utilizzati dalla scienza di frontiera.
Il concetto di Ākāśa è profondamente radicato nell’antica tradizione filosofica e spirituale dell’India, tuttavia esso esprime un concetto presente in varie forme in tutte le culture tradizionali e antiche.
È un’idea dai connotati primordiali e originari che accomuna tutti i sistemi di pensiero di ogni epoca.
La parola sanscrita Ākāśa deriva da “a” che indica “verso”, inteso come moto a luogo, e “kaśa”, divenire visibile, apparire, per cui il significato complessivo indica “qualcosa che si manifesta e pervade con moto diffusivo”. Nelle varie declinazioni del sistema di conoscenza indiano, Ākāśa è inteso come il sottile background della realtà in cui e attraverso il quale si manifesta l’universo percepibile.
Spesso Ākāśa viene tradotto imprecisamente come “vuoto”o “spazio” ma in realtà non è affatto vuoto; secondo molte scuole di pensiero Ākāśa è la prima manifestazione materica e quindi un quid reale che forma e definisce il concetto di spazio con la sua presenza. La traduzione italiana più vicina al significato reale è quella di “etere” che, nella sua etimologia – significando “radiante”, “ardente” – indica un senso di diffusione pervasiva.
Inoltre il concetto di “etere” di antica derivazione greca è quello che più si avvicina a quello di Ākāśa.
Il concetto di aither proposto da Aristotele, come sostanza omnipervasiva che definisce in sé lo spazio, presenta molte affinità con Ākāśa ma anche notevoli differenze, quali ad esempio il fatto che non sia stato creato e che non evolva. Rimanendo nel comparto filosofico greco antico, le caratteristiche di Ākāśa sono più di pertinenza neo-platonica, pensiero che però non riconosce l’esistenza di una sostanza sottile come Ākāśa.
Negli anni il pensiero sull’etere si è modificato fino a divenire recentemente argomento della Fisica. La questione del concetto di etere in Fisica come sostanza omnipervasiva che costituisce il substrato della realtà osservabile è molto antica, dibattuta e controversa. All’inizio del Novecento era in gran voga l’idea di un cosiddetto “etere luminifero” così chiamato perché considerato il mezzo che permetteva il diffondersi delle onde elettromagnetiche e della luce. Questa idea di etere fu inizialmente confutata da Albert Einstein ma poi ripresa in seguito in altri termini e, come vedremo, è divenuta fondamentale nella Fisica Quantistica.
È doveroso premettere che l’argomento è molto complesso e che svariate sono le interpretazioni e le descrizioni di Ākāśa nel pensiero indiano, talvolta anche con elementi contrastanti fra loro. Cercheremo di descrivere e trattare quello che emerge come senso generale di Ākāśa e che ha avuto un riflesso importante sulla cultura moderna. (Per gli addetti ai lavori dirò che mi sono riferito principalmente ai canoni dei Darśana Sāṃkhya, Nyāya-Vaiśeṣika e Advaita Vedānta, quelli a cui il mondo occidentale, parlando di Ākāśa, fa più spesso riferimento).
Che cos’è Ākāśa
L’idea originaria di Ākāśa la troviamo espressa nei Veda, il cuore della tradizione sapienziale dell’India da cui si è sviluppata tutta la vasta letteratura scientifica e spirituale che sta alla base della cultura indiana.
Per meglio comprendere il grado di complessità del tema è importante precisare che nella cultura indiana il concetto di Ākāśa è utilizzato in svariate modalità: in Āyurveda, la più importante Medicina Tradizionale Indiana è uno dei 5 elementi che costituiscono il corpo umano, nella Matematica Vedica è sinonimo di “zero” mentre nel Vastu Śastra l’antica forma di architettura vedica, indica l’idea dello “spazio” che tutto pervade. Tutto quello che ha una forma, i “mattoni” della materia, gli organismi, le stelle, l’universo intero deriva da Ākāśa.
Tutto quello che è percepibile dai nostri sensi evolve da Ākāśa, che tuttavia non è percepibile nella sua pura sostanza. L’elemento Ākāśa è l’anello di congiunzione fra uno stato potenziale puramente energetico della materia, il Brahman e l’Ātman della tradizione vedica, e la materia stessa.
Da Ākāśa evolvono tutti gli altri elementi, o stati della materia, chiamati Pañca Mahābhūta secondo un ordine ben preciso di densità crescente: Ākāśa (Etere), Vāyu (Aria), Tejas (Fuoco), Jala (Acqua) e Pṛthvī (Terra). Questa sequenza evolutiva, che ritroviamo anche alla base dell’Āyurveda, è ben descritta in tutti i Darśana, i sistemi di pensiero, o se vogliamo filosofici, tradizionali dell’India.
La sequenza a densità incrementale dei Pañca Mahābhūta racchiude in sé un dato di primaria importanza: ogni elemento più denso poiché derivante dal precedente meno denso, ne contiene le proprietà. Quindi l’elemento meno denso ha un’informazione e una potenzialità creativa ed evolutiva, mentre quello più denso contiene l’informazione attuata del sistema. Le proprietà base dei singoli elementi sono progressivamente più complesse man mano che si progredisce nella sequenza. Ākāśa è caratterizzato dalla diffusibilità, Vāyu dalla capacità di pressione, Tejas da calore radiante, Jala dall’attrazione vischiosa e Pṛthvī dall’attrazione coesiva. Attraverso la presenza di Ākāśa in ogni elemento si diffonde quindi l’informazione dell’ordine primigenio. È evidente quindi come Ākāśa sia presente e determinante in tutti i Pañca Mahābhūta. Ākāśa offre il background affinché tutto avvenga.
(continua su Scienza e Conoscenza)
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Śabda, il suono in Āyurveda
Ākāśa
Ākāśa (Akasha)


